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Presentazione

Veduta aerea del complesso di S.Lanfranco
Veduta aerea del complesso di S.Lanfranco
Planimetria della chiesa
Planimetria della chiesa

Sono lieto di offrire ai miei parrocchiani la nuova guida della nostra chiesa. Fin dalle prime righe vi si ricorda la più antica intitolazione al Santo Sepolcro, che rimanda a quel preciso luogo di Gerusalemme che evoca e riassume l'intera vicenda della Redenzione.

Benché sia andata perduta le copia del Santo Sepolcro a grandezza naturale che qui si conservava, ancora oggi l'urna con il Cristo deposto (nell'altare del transetto a sinistra) è oggetto di una particolare venerazione e, ogni anno, il Lunedì di Pasqua, in virtù di un antico privilegio, è possibile avere in dono l'indulgenza plenaria.

Questa piccola guida può aiutare i parrocchiani e i numerosi visitatori a conoscere meglio la chiesa di San Lanfranco, uno dei più bei tesori della città di Pavia. E io mi auguro che possa rappresentare anche un segnale di maggiore attenzione per quanto ancora può - e deve - essere fatto nella direzione di un pieno recupero dell'importante complesso vallombrosano.

Oltre all'Ufficio Beni Culturali della Diocesi che è promotore dell'iniziativa, desidero ringraziare la dottoressa Chiara Frigerio che con un testo agile e ben articolato  ci accompagna nella visita della chiesa.

il parroco

don Emilio Carrera 

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La storia

Decorazione in cotto nel chiostro piccolo
Decorazione in cotto nel chiostro piccolo

Una primitiva chiesa dedicata al Santo Sepolcro era ubicata in località «costa Fragonaria» nei pressi del piccolo centro di Santa Sofia, ad ovest della città. Il Funus monasticum, un antico rituale appartenuto al monastero di San Lanfranco, identificato con il codice 512 della Trivulziana (Lanzani), riporta come data di fondazione il 1090.

Solo più tardi però si riscontra la presenza vallombrosana ufficialmente strutturata in un cenobio isolato, ma più prossimo alla città, immerso nei boschi della Valvernasca, entro il circuito della cosiddetta campanea papiensis. Nel 1145 i vallombrosani risultano ormai stabiliti nella nuova e definitiva collocazione.

La chiesa fu eretta vicino alla via di collegamento con Pavia, percorsa da viandanti e pellegrini che potevano trovare ristoro presso l' hospitium del monastero. La scelta insediativa risponde alla tradizione e allo spirito vallombrosano, che spesso predilesse luoghi isolati e nello stesso tempo nei pressi delle periferie di importanti centri, per favorire da un Iato la meditazione e dall'altro le esigenze della predicazione.

Poche notizie sono rimaste dei primi anni di vita del monastero. Il periodo forse più significativo coincide con gli anni di episcopato di Lanfranco Beccari che fu spesso ospite di questo monastero in cui decise di trascorrere l'ultimo periodo della sua vita e dove fu sepolto in fama di santità. AI suo nome si lega la nuova dedicazione della chiesa.

L'anno della sua morte (1198) e la datazione degli affreschi a lui dedicati (XIII sec.) vengono considerati termini di riferimento cronologico per la ricostruzione della chiesa. Nel Funus monasticum vengono indicate tre date significative: il 1236 per la consacrazione della chiesa da parte del vescovo Rodobaldo Cipolla, il 1237 per l'erezione del campanile e il 1257 per la costruzione della facciata. Risale al 1476 la ricostruzione del chiostro Piccolo ad opera dello scultore e architetto Giovanni Antonio Amadeo, su commissione dell'ultimo abate Luca Zanachi, la cui tragica fine (1480) è avvolta nel mistero.

Tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo numerose istituzioni monastiche pavesi dovettero accettare il regime della commenda, ma se per altre tale istituzione portò ad un impoverimento, nel caso di San Lanfranco vi fu una ripresa della vita del monastero.

Il marchese Pietro Pallavicini de' Scipione, nuovo commendatario, allontanò i monaci corrotti e promosse la ristrutturazione dell'intero convento ad uso dei dodici Confratelli rimasti,con la costruzione di un secondo cortile a est del primo (ante 1497). Finanziò l'arca di San Lanfranco e la ricostruzione del presbiterio in forme rinascimentali (compiuto intorno al 1509); impresa motivata probabilmente dall'esigenza di dare adeguata collocazione al monumento.

Nel 1525 durante il conflitto tra Francesco I di Francia e l'imperatore Carlo V, il  Monastero, scelto da Francesco I come propria sede, fu teatro di scontri e dovette subire i danni di un incendio (Bargiggia).

Nel 1576 il monastero è oggetto della visita apostolica di Angelo Peruzzi, su incarico del vescovo Ippolito De' Rossi; commendatario dell'abbazia era allora il cardinale Albani. Nel verbale di tale visita la chiesa risulta in buone condizioni. Nel corso del Seicento sono Testimoniati diversi lavori di manutenzione. Emblematica risulta la demolizione dell'aia Meridionale del complesso, resasi necessaria per gravi problemi di infiltrazione delle acque del Ticino.

Ancora precarie risultano le condizioni del monastero nel secolo successivo,tanto che si aprì una lunga lite tra i Vallombrosani e l'allora commendatario cardinale Zondadari per la definizione dei rispettivi oneri in materia di ristrutturazione. In seguito a tale vertenza vennero interpellati dalle Diverse parti alcuni ingegneri per verificare lo stato delle strutture della chiesa e fornire un preventivo delle spese necessarie.

Risultano interessanti le relazioni presentate nel giugno e nell'ottobre del 1745 rispettivamente da Giovanni Antonio Veneroni e da Antonio Ghisalberti, con la proposta di sopraelevare la copertura della navata e inserire un'armatura lignea tra le volte e il nuovo tetto. Altri più drastici interventi come l'eliminazione della prima campata e l'arretramento della facciata per fortuna non vennero realizzati.

Nel 1782 il procuratore e subeconomo Luigi Poggi fece demolire tre Iati del chiostro piccolo. Poco dopo venne soppresso il monastero (i cui beni passarono alla Confraternita dell'Ospedale San Matteo). Nel settembre 1783 fu istituita la  Parrocchia.

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Il monastero

Il lato superstite del chiosto piccolo
Il lato superstite del chiosto piccolo

Costituisce un caso esemplare in quanto i suoi chiostri rappresentano due tappe significative nello sviluppo del chiostro rinascimentale lombardo, dalla trasformazione del più antico romanico in nuove forme quattrocentesche, al pieno affermarsi della tradizione classica bramantesca nel secondo (Visioli).

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Il chiostro piccolo

Peduccio in cotto del chiostro piccolo
Peduccio in cotto del chiostro piccolo

Venne riedificato per volere di Luca Zanachi, il cui nome compare, insieme alla data 1467, nelle mensole in cotto che reggono la ricaduta delle volte.

L'impianto ricalca la volumetria del chiostro medievale a un solo ordine di cui Conserva le coppie di colonnine in marmo veronese. Rimane solo il lato che si addossa al fianco sud della chiesa. Le cinque arcate presentano una decorazione in cotto di alta qualità, che è stata avvicinata a quella dei chiostri della Certosa di Pavia. Nei piedritti tra gli archi (che si impostano su capitelli a stampella) due putti sorreggono un'anfora sul bordo della quale sono seduti altri due putti aggrappati al ramo che fuoriesce dalle anfore. L'elemento vegetale si biforca e si svolge lungo le ghiere degli archi dove accompagna una elegante teoria di putti. La Decorazione risvolta nei sottarchi con lacunari a rosette.

La parete intonacata, caratterizzata dal graffito a 10 sanghe, separa le ghiere dal cornicione in terracotta a fasce sovrapposte sostenuto da piccole mensole. Nei pennacchi tra gli archi si collocano medaglioni baccellati.

La raffinata decorazione plastica denuncia la presenza dell' Amadeo, con la collaborazione del terracottista cremonese Rinaldo de' Stauris.

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Il chiostro grande

Il chiostro grande
Il chiostro grande

Il commendatario marchese Pietro Pallavicini affida all'Amadeo la progettazione del secondo chiostro in cui partitura architettonica e apparato decorativo esprimono ritmi classici e bramanteschi. Il chiostro si articola su tre Iati porticati, retti da colonne in granito poggianti su un muretto e da sostegni angolari a sezione ovale. La Decorazione in cotto è riservata alle profilature degli archi, della fascia parapetto e dei tondi inseriti tra gli archi. Il cotto perde il ruolo di protagonista a vantaggio di ampie stesure di intonaco talvolta affrescate.

I clipei contengono figure dipinte (come in S. Felice e in S. Maria Teodote): in quello centrale del Iato ovest la Vergine entro mandorla raggiata, in quello a sinistra il Cristo davanti alla croce, a destra un santo non identificato e quindi un altro con croce e iscrizione GUA (San Giovanni Gualberto). Nel tondo d'angolo sono rappresentate due figure femminili in vesti rinascimentali, nel lato settentrionale un santo con la graticola (San Lorenzo), mentre il vescovo nel tondo successivo potrebbe rappresentare Lanfranco Beccari.

Tracce di decorazione ormai illeggibile si riscontrano sulla fascia-parapetto del Iato ovest: grandi lettere - in caratteri capitali - dovevano formare una Lunga iscrizione. Si intrawede anche il tenue contorno graffito di uno stemma scudato a testa di cavallo inscritto in una circonferenza.

Il piano finestrato si presenta rimaneggiato nella sequenza delle aperture, delle quali, nel tempo, è stata modificata anche la forma. Si conservano tuttavia alcuni elementi originari ad arco inscritti in una riquadratura, come nel caso della prima finestra del Iato ovest con l'ingegnosa soluzione in sbieco per dar luce al locale d'angolo (Erba).

Nel Iato occidentale si succedono al piano terreno cinque locali a volta con accesso dal portico. Quello adiacente alla chiesa, comunicante con il transetto, è utilizzato come sacrestia.

Al piano superiore la spaziosa galleria centrale, coperta da volte sostenute da eleganti peducci, disimpegna le celle, otto per parte, di modulo quasi quadrato.

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La chiesa

La facciata
La facciata
Archetti pensili e cornicione a dente di sega (particolare della facciata)
Archetti pensili e cornicione a dente di sega (particolare della facciata)
Bacino ceramico (maiolica arcaica locale)
Bacino ceramico (maiolica arcaica locale)
Il campanile
Il campanile

La facciata, a capanna (1257), è tripartita da sottili paraste a sezione ottagona che dalla riquadratura del portale salgono fino alla cornice terminale ad archetti pensili intrecciati, a cui si raccordano con peducci lapidei.

Al centro il portale modanato, inserito in una riquadratura in pietra, è giocato sulla bicromia data dai conci lapidei accostati al cotto. Il dipinto della lunetta allude alla più antica intitolazione della chiesa e raffigura, seduto accanto al sepolcro vuoto, l'angelo che annuncia le Resurrezione di Cristo.

Nella parte mediana si aprono tre aperture circolari; a coronamento la loggetta cieca, tipica del romanico pavese.

Il paramento murario, di mattoni regolari con sottili stesure di malta, è ravvivato cromaticamente dalla presenza di bacini ceramici, alcuni di provenienza orientale, altri della prima produzione locale di maiolica, da collocarsi intorno alla prima metà del Duecento.

I fianchi sono ritmati da poderosi contrafforti che si interrompono al livello dei resti del fregio che corrisponde all’impostazione del tetto antico. Tra di essi si aprono monofore dalla lieve strombatura modanata.

Mentre alla parete meridionale si addossa il lato superstite del chiostro piccolo, lungo il fianco settentrionale un muro a scarpa di epoca tarda è usato per risolvere problemi strutturali dei quali abbiamo notizia a partire dalla documentazione settecentesca.

Il tiburio ottagono presenta la caratteristica loggetta cieca. La copertura, secondo una tecnica tipica della tradizione romanica, comporta l'aderenza delle tegole all'estradosso della cupola, senza interposizione di capriate lignee. La modificazione di una simile copertura nella navata con l'inserimento di una armatura lignea, ha determinato l'innalzamento delle pareti e il conseguente parziale occultamento del tiburio.

Al transetto settentrionale si addossa il campanile costruito nel 1237.

La struttura, inquadrata da lesene angolari che ne accentuano lo slancio, è scandita in cinque ordini da file di archetti pensili, divise in due da una sottile parasta centrale che sale fino alla trifora della cella campanaria.

Gli archetti erano valorizzati da una fascia di intonaco, presente anche nella parte absidale a contorno delle aperture. Le valenze cromatiche sono potenziate dalla presenza di bacini ceramici, in analogia con quanto avviene in facciata. L'articolazione strutturale e decorativa inserisce il campanile nella tarda produzione romanica lombarda, che in ambito locale si afferma a partire da quelli più antichi delle chiese dei Santi Gervasio e Protasio, di San Michele e di San Giovanni Domnarum.

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L'interno

L'interno della chiesa di S.Lanfranco
L'interno della chiesa di S.Lanfranco

La chiesa presenta particolare interesse quale prodotto dell'architettura tardoromanica in cui si coniugano due tradizioni: quella vallombrosana e quella pavese. In linea con la tradizione vallombrosana è l'adozione di una pianta a croce latina, con navata unica e transetto emergente. Mentre in genere nelle chiese vallombrosane il corpo longitudinale è coperto da capriate lignee, qui la presenza di volte si estende anche alla navata. Soluzione probabilmente da attribuirsi, insieme all'impianto monumentale, alla funzione di chiesa celebrativa del vescovo Lanfranco e «in riferimento alla cultura architettonica lombarda e, soprattutto, pavese» (Segagni). La pianta a croce commissa, presenta una sola navata di quattro campate lievemente rettangolari che si collega ad un transetto emergente.

Sulla base dei resti delle fondamenta della struttura romanica sappiamo che in origine l'abside, poco profonda, era direttamente connessa alla campata d'incrocio.

Le volte a crociera, lievemente cupoliformi, sono ritmate da arcate trasversali a sesto ribassato in doppia ghiera, in cotto con inserzioni di conci in pietra secondo una tradizione ampiamente affermata nel XII e XIII secolo.

I semipilastri sono modulati dall'aggregazione di una semicolonna a due riseghe e sono corredati da un capitello cubico con angoli smussati, di pietra o di mattoni.

I bracci del transetto sono coperti a botte. l'incrocio tra navata e transetto dà luogo a una campata rettangolare su cui si imposta una cupola ad otto spicchi, al centro della quale è raffigurato un Cristo Re opera del pittore pavese Ezechiele Acerbi nel 1931.

La differenza di altezza nell'imposta delle volte della navata e del transetto è minima. Ne deriva, insieme all'elevazione contenuta della cupola, una definizione volumetrica di «contrazione spaziale» (Romanini) in cui si realizza la cosiddetta chiesa a sala: un organismo unitario, nel quale protagonista è la semplice parete liscia.

È da notare l'accentuata inclinazione verso l'esterno delle pareti d'ambito, dovuta a un cedimento strutturale di assestamento delle volte.

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Gli affreschi

L'assassinio di Tomas Becket (affresco XIII sec.)
L'assassinio di Tomas Becket (affresco XIII sec.)

Poche tracce di una originaria decorazione pittorica si scorgono sulla parete del transetto meridionale, a fianco dell'altare della Vergine, mentre i resti più significativi sono oggi concentrati nella parete sud della navata (terza campata). Essi appartengono alla cultura pittorica lombarda della metà del Duecento e mostrano stilemi ancora legati alla tradizione più antica.

È nota la scena che rappresenta L'assassinio di Tomas Becket, arcivescovo di Canterbury, da parte di cinque sgherri. Accanto è ripetuta la figura dello stesso arcivescovo, con casula rossa e pallio, recante mitria e pastorale, in gesto benedicente con pollice anulare e mignolo uniti alla greca.

A fianco un altro riquadro con Cristo in trono tra un santo vescovo (Becket) e la Madonna che presenta un piccolo vescovo con mitria ma senza aureola. Quest'ultimo tende entrambe le palme verso il Redentore e la scritta EPS-L lo identifica come Lanfranco. Si è voluto creare un parallelo tra le vicende del santo di Canterbury e il vescovo pavese che, a distanza di pochi decenni, subiva una sorte, sotto molti aspetti, simile. Sappiamo infatti che Becket si era più volte opposto al re d'Inghilterra per via di alcuni decreti che limitavano la libertà del clero inglese. Esule in Francia e poi a Roma presso il Papa, l'arcivescovo venne assassinato al suo rientro in patria, nel 117O, da alcuni che credevano di fare cosa gradita al re.

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Il presbiterio

Dossale del coro con gli stemmi abrasi di Luca Zanachi e, forse, di Pietro Pallavicini
Dossale del coro con gli stemmi abrasi di Luca Zanachi e, forse, di Pietro Pallavicini
Dossale del coro con gli stemmi abrasi di Luca Zanachi e, forse, di Pietro Pallavicini
Dossale del coro con gli stemmi abrasi di Luca Zanachi e, forse, di Pietro Pallavicini
Il presbiterio
Il presbiterio

Ricostruito in forme rinascimentali per volere del marchese Pietro Pallavicini de' Scipione, è costituito da un'ampia aula rettangolare coperta da volta a padiglione e conclusa dall'abside poligonaie nella quale trova posto l'arca marmorea di San Lanfranco.

La luce intensa che piove dalle aperture circolari è filtrata da vetrate policrome tre delle quali sono originali.

Le pareti sono ritmate da lesene concluse da mensole aggettanti che si inseriscono nella cornice marcapiano giocata sulla bicromia bianco rosso che si ripete sulla parte superiore delle lesene e sull'arco che inquadra l'abside. Ai Iati dell'arco, entro due nicchie, sono affrescate due figure di Santi.

Alle pareti si addossano gli stalli del coro ligneo (fine XV secolo) recentemente restaurato. Su uno di essi, a destra, entro una decorazione di gusto gotico, si vede uno stemma braso affiancato dal nome LU-CAS [Zanachi]; a sinistra anche lo stemma forse di Pietro Pallavicini è stato cancellato, ma mantiene il copricapo prelatizio con cordoni e fiocchi. AI contrario l'affresco in alto a destra all'imbocco del presbiterio conserva anche i colori araldici Pallavicini: scaccato di rosso e d'argento (= bianco) di quattro file, al capo d'oro con l'aquila di nero.

Nelle finte porte ai Iati del coro sono raffigurati, in abito vallombrosano, due parroci del Novecento: a destra Ettore Facioli, promotore della più significativa fase di restauri negli anni trenta del secolo scorso; a sinistra Camillo Bigotti (parroco dal 1947 al 1983), entrambi dipinti da Mario Acerbi rispettivamente nel 1936 e nel 1977.

Un imponente altare neoclassico, ancora visibile nelle foto della prima metà del secolo (Facioli 1933), è stato rimosso a vantaggio di una più completa visibilità dell'arca.

Si conserva invece la balaustra in marmi policromi della fine del XVIII secolo. Su una zoccolatura nera modanata, pilastrini in breccia rosata elegantemente sagomati sono intervallati da pilastrini in marmo nero con intarsi in breccia rosata.

Sulla parete destra è appesa la tela raffigurante la Vergine e il Bambino con la Maddalena, Santa Scolastica, San Benedetto e San Lanfranco (?).

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Arca di San Lanfranco

Il vescovo Lanfranco riceve i consoli nella piazza delle cattedrali; sullo sfondo si vede il Regisole
Il vescovo Lanfranco riceve i consoli nella piazza delle cattedrali; sullo sfondo si vede il Regisole
Giovanni Antonio Amadeo: arca di San Lanfranco (fine XV - inizio XVI sec.)
Giovanni Antonio Amadeo: arca di San Lanfranco (fine XV - inizio XVI sec.)

Nel 1489 fu iniziata la realizzazione dell'arca marmorea, ad opera di Giovanni Antonio Amadeo.

Le colonne sono sagomate alla base come se nascessero da vasi poggianti su sei piccoli parallelepipedi le cui facce sono decorate da medaglioni con profili (ritratti di imperatori, poeti, monaci, santi e sante).

Due architravi, distanziati da sei piccole teste di putti, reggono il sarcofago suddiviso in riquadri con raffigurazioni della vita del Santo. Sul fianco sinistro: Lanfranco risana un giovane muto. Nella parte frontale: Nell'Atrio di San Siro riceve i consoli (si vedono le due cattedrali e la statua del Regisole); Al ritorno dall'esilio è accolto dai nuovi consoli (il personaggio a destra, seminascosto da una figura di spalle, avrebbe le sembianze dell'Amadeo); Prega la Vergine nel suo ritiro presso i monaci vallombrosani.

A destra: La giovane Gelasia condannata con la falsa accusa di aver avvelenato il fratello esce salva dal rogo.

Nella parte posteriore: Guarigione del giureconsulto pavese Pietro Negri; Giovanni Brunelli assalito dai briganti e legato nella boscaglia riesce a slegarsi con l'aiuto del Santo; Alberto da Novara, malfattore pentito, è salvato dall'impiccagione.

La parte superiore del monumento si compone di due parallelepipedi più piccoli sovrapposti. Il primo porta sui Iati lunghi due targhe con le iscrizioni in latino relative al santo celebrato e all'opera (con l'indicazione del committente, Pietro Pallavicini, e dell'artista, Giovanni Antonio Amadeo).

Il registro soprastante propone ancora formelle a rilievo, questa volta con scene della vita di Cristo. Partendo da tergo, in senso orario: L'Annunciazione, La visitazione, La natività, La presentazione al tempio, Gesù che sana gli infermi, La Crocefissione.

Un elemento tronco piramidale, ornato sugli spigoli da quattro delfini, porta due scudi a testa di cavallo, uno dei quali con lo stemma Pallavicini scaccato con l'aquila ad ali spiegate.

Una doppia trabeazione intervallata da testine angolari regge il tempietto terminale costituito da quattro colonnine concluse da un cupolino con rivestimento a squame, circondato da angeli reggistemma.

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Transetto sinistro: altare di San Lanfranco (già del Santo Sepolcro)

Altare di San Lanfranco
Altare di San Lanfranco

L'incorniciatura in stucco è impostata su lesene che reggono l'architrave dal fastigio mistilineo con cherubini. Tre angioletti sostengono il drappo che inquadra la nicchia con la statua lignea di San Lanfranco, in abiti vescovili, databile al XVIII secolo.

Lanfranco Beccari fu vescovo di Pavia dal 1180 al 1198, anno della sua morte. Il suo successore e biografo Bernardo Balbi lo descrive come attento ai bisogni dei più poveri e impegnato nella lotta contro ogni forma di eresia, in questo sostenuto e affiancato dai vallombrosani.

Durante il suo episcopato fu più volte in conflitto con i consoli di Pavia a proposito di alcuni tributi imposti al clero per fortifiéare le mura della città e per una casa vescovi le confiscata per ingrandire il palazzo del Comune. Si recò esule a Vercelli, poi a Morimondo e quindi a Roma, a cercare l'appoggio del Pontefice.

Tornato a Pavia, riaccesisi i contrasti con il Comune, dopo un breve periodo di calma, pur continuando a svolgere le mansioni di vescovo, si ritirò presso i monaci del Santo Sepolcro. Morto in fama di santità venne sepolto all'interno della chiesa, probabilmente nella terza campata, in corrispondenza degli affreschi a lui dedicati (Lanzani).

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Transetto destro altare della Vergine

Altare della Vergine
Altare della Vergine

La ricca incorniciatura a stucco con lumeggiature dorate, simmetrica a quella dell'altare di San Lanfranco, contiene l'affresco della Madonna in trono con il Bambino risalente alla metà del Quattrocento. A destra San Benedetto, fondatore dell'Ordine, con il libro della Regola, presenta i monaci.

A sinistra San Giovanni Gualberto, riformatore dell'Ordine, con il libro e il pastorale, presenta l'abate committente. Dall'alto il Padre Eterno scende ad accogliere l'offerta dei monaci.

L'elegante struttura prospettica dell'architettura del trono tricuspidato, condotto secondo il gusto prezioso del tardo-gotico lombardo pone la figura in uno spazio misurabile. L'opera è stata recentemente ascritta all'ambiente di Francesco Zavattari (Alberini Ottolenghi, Albertario).

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Le devozioni

San Giovanni Gualberto, particolare dell'affresco con La Madonna in trono
San Giovanni Gualberto, particolare dell'affresco con La Madonna in trono
Daniele Crespi, La Madonna con i Santi Giovanni Gualberto e Carlo Borromeo (prima metà XVII sec.)
Daniele Crespi, La Madonna con i Santi Giovanni Gualberto e Carlo Borromeo (prima metà XVII sec.)
La Vergine e  il Bambino con la Maddalena, Santa Scolastica, San Benedetto e San Lanfranco (?)
La Vergine e il Bambino con la Maddalena, Santa Scolastica, San Benedetto e San Lanfranco (?)
L'adorazione dei Magi, copia da Daniele Crespi
L'adorazione dei Magi, copia da Daniele Crespi

Il significato religioso della chiesa va letto alla luce della tradizione vallombrosana che ne è all'origine, e in stretta relazione con la devozione popolare locale.

L'originaria dedicazione al Santo Sepolcro ci riporta al clima di fervore sorto intorno alle crociate, ma si inserisce anche nella tradizione vallombrosana, nella quale era frequente l'uso di nomi o toponimi relativi alla Terra Santa per la dedicazione di nuovi cenobi (Spinelli).

Tale uso si coniuga inoltre con l'iniziativa, appoggiata a Pavia dal vescovo Rodobaldo Cipolla nel XIII secolo, che vide il circuito della città costellarsi di ondazioni a carattere monastico o assistenziale, tutte con dedicazioni in riferimento ai Luoghi Santi (Mazzilli).

Opicino de' Canistris testimonia che l'intera cittadinanza pavese era solita, nel giorno del venerdì Santo recarsi in pellegrinaggio alla chiesa del Santo Sepolcro nella quale si conservava una riproduzione del sepolcro di Cristo, simile all'originale anche nelle dimensioni. (Una analoga riproduzione medioevale si trova nel Duomo di Aquileia dove, il venerdì Santo, si metteva in scena la Passio Christi).

Una bolla pontificia del XVII secolo concede l'indulgenza plenaria a chi frequenta la basilica di San Lanfranco, e in particolare l'altare del Santo Sepolcro (braccio nord del transetto), il lunedì di Pasqua.

Alla presenza vallombrosana è collegata la devozione per San Giovanni Gualberto. Già monaco presso il monastero benedettino di San Miniato, verso il 1036 si ritirò a Vallombrosa, sull' Appennino fiorentino, dove fondò la nuova Congregazione vallombrosana legata alla regola benedettina. In essa si coniugano due stili di vita monastica, eremitica e cenobitica, ed esperienze di predicazione nella lotta ad ogni forma di eresia (Spinelli).

Oltre che nell'affresco quattrocentesco dell'altare della Vergine, San Giovanni Gualberto compare, in abiti benedettini e con il pastorale abbaziale, nel bel dipinto di Daniele Crespi (parete destra della quarta campata), accanto alla Madonna, accompagnato da Carlo Borromeo, che in più occasioni aveva preso a cuore gli interessi vallombrosani.

Alcune tele sono da riferirsi alle diverse devozioni mariane, come la Maria Bambina con i Santi Gioacchino ed Anna (XVII sec.) nella parete sinistra della quarta campata. A fianco l'Adorazione dei Magi è una copia della tela di Daniele Crespi conservata in Duomo (prima metà XVII secolo).

Sulla parete destra della seconda campata l'Immacolata Concezione (XVIII secolo) è raffigurata secondo l'iconografia tradizionale: sulla falce di luna e con l'aureola di dodici stelle. A quest'ultima tela sembra legarsi stilisticamente quella sulla parete di fronte con San Giuseppe e il Bambino.

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